Il teatro degli ultimi

FELICITA[dropcap]U[/dropcap]ltimo Teatro e LabAct sono due fra i più interessanti progetti teatrali operanti sul territorio pistoiese (e non solo). Ho intervistato Luca Privitera, fondatore e attuale coordinatore di Ultimo Teatro. Chi fosse interessato alle loro performance può contattarli ai seguenti recapiti:
http://ultimoteatro.wordpress.com/
[email protected]

Luca, puoi spiegarci come nasce e come si caratterizza questo progetto teatrale?

Io sono uno dei due fondatori di UltimoTeatro. U.T. è nato nel 1999 dopo che ci chiamarono, cioè, io, Piero Corso e Joquin Albert Wolter a fare uno spettacolo su Henry Miller al Palazzo del Tau di Pistoia. Ai tempi non conoscevo nessuno dei due. L’unione fu un esperimento di Alessandra Bruni, curatrice del festival dedicato all’autore. Dopo qualche giorno a noi si unì Francesca Matteoni che seguiva la stesura dei testi.
Fu una bella esperienza, tanto che dopo quel primo progetto ho lavorato con Jo per altri sei anni, realizzando spettacoli, installazioni e happening. Poi ci siamo divisi, in amicizia, mantenendo entrambi il nome della compagnia, che però è molto di più. U.T. è un “movimento”, come lo definivamo ai tempi, ridendoci insieme. Il movimento degli esclusi e dei marginati o, come cita il nome stesso, degli ultimi. Di coloro che, probabilmente, non avevano niente a che fare con il teatro o con la teatralità e che nella vita avevano altre esperienze e altri modi di concepirla o di viverla. In definitiva si è sempre cercato di formare un agglomerato delle differenze, dove tutti, a loro modo, potessero portare la loro testimonianza del loro vissuto o del loro sogno, immaginandosi un mondo migliore e possibile.
Ho continuato a lavorare sia da solo che in compagnia, a seconda dei testi che utilizzavo o scrivevo o che mettevo in scena anche senza il loro utilizzo diretto. Ho sempre seguito varie linee guida che si spostavano alternamente tra azioni programmate legate più alle arti visive e alla body art e tra varie tipologie di teatro che sbattevano come una pallina impazzita in una partita a ping pong tra: denuncia, avanguardia, tecnologia, tradizione, civile, assurdo, fisico e soprattutto anti-teatro.
Sia fuori che dentro questa realtà ho fatto un po’ di tutto: dal regista, allo scenografo, al drammaturgo, all’attore, al costumista, al video-maker, al danzatore. Insomma mi sono messo alla prova cercando una mia via e U.T. è stata, come lo è per tutti quelli che ci passano, una sorta di scuola-officina-laboratorio, dove si impara direttamente sul campo, senza troppi teorismi ma con l’utilizzo del corpo totale, al di là delle proprie esperienze più o meno professionali.
Ho sempre cercato di buttarmi via, in tutti i sensi e senza troppi rimpianti. Anche quando ho  perso le persone intorno a me, nel senso di collaboratori, o quando ho fatto passi e scelte sbagliate. Che poi mi sono sempre chiesto, sbagliate in che senso? Qualsiasi sia stato l’arrivo o il risultato, abbiamo incuriosito il pubblico, lo abbiamo shoccato, lo abbiamo deluso, lo abbiamo fatto scappare, lo abbiamo amato, lo abbiamo fatto applaudire, lo abbiamo inseguito, lo abbiamo stremato e nello stesso tempo ne abbiamo fatto anche a meno. Non ci è mai interessato il riscontro o il consenso, ci è sempre interessato poter dire qualcosa di necessario, al di là di tutto, al di là delle altrui o delle proprie opinioni.
Per il LabAct, nato poco più di due anni fa, è la stessa cosa. L’unica differenza non è filosofica, ma solamente tecnica, perché il LabAct svolge i propri percorsi quasi esclusivamente in strada. Che i nostri spettacoli o anti-spettacoli siano fatti in un mercato, in una piazza, in una via di negozi, in un crocevia, in un parcheggio, in un parco, in una manifestazione o in un festival, ironicamente, affrontare il caos della quotidianità è il nostro mestiere. È proprio lì, fuori da un teatro, dove solitamente il fruitore interviene quasi in parte preparato, che cerchiamo le nostre vittime. È proprio lì, nella violenza della routine di tutti i giorni che portiamo tematiche scottanti, che solitamente vengono dimenticate o lasciate da parte, per altro, che è sicuramente più facile e più comodo da accettare. Donchisciottianamente affrontiamo le tristezze dell’umanità, come in un grosso rituale urbano per  mettere in scena la crudeltà e per scacciarla via. Questo, probabilmente, alla vista dei molti è solo un modo simbolico di realizzare i nostri intenti, anche se probabilmente è così che si tiene pulito il mondo dalle energie del cosmo e dell’occulto. Infatti, come tutti gli illusi che sono convinti che qualcosa di legato al mistero e all’intangibile si possa far scaturire, seguiamo le fascinazioni derivate dalle popolazioni tribali, che da milioni di anni disturbano gli spiriti maligni, divenendo transfert inconsapevoli.

Gli attori coinvolti sono quasi tutti non professionisti, è una scelta ben precisa?

A differenza di UltimoTeatro, che per singoli progetti ha utilizzato dei professionisti, il LabAct Incursioni Urbane utilizza solo non professionisti. Disoccupati, precari, studenti, disgraziati. Primo perché personalmente non capiamo molto la parola professionismo e i suoi derivati, secondo perché abbiamo iniziato a realizzare questo progetto all’interno dello Spazio Liberato Ex Breda Est dopo averci organizzato una stagione intensa di teatro, arti visive, editoria, cinema e musica, invitando artisti ed esperti da tutta Italia. Ci siamo accorti che molte volte la poca attenzione o interesse o sbalzante fruizione, non derivavano dalla qualità dei lavori presentati ma dall’abitudine e dalla capacità di seguire il fare teatro e l’arte in genere, attraverso la vita e, in senso più specifico, attraverso la propria vita. Il raccontare ed il raccontarsi oramai si era e si sta legando sempre più a qualcosa di lontano, rinchiudile ai soli circuiti ufficiali, troppo cari per essere frequentati da tutti, alla televisione e ai programmi “piagnucoloni” o comunque a qualcosa che non coinvolge in primo piano le persone ma lo mette ad un piano diverso, lontano, per non dire falso, passivo ed inavvicinabile. Tramontato il trauma dell’organizzazione e recuperati gli intenti e le forze ci siamo lanciati in questo progetto dove la quantità di persone che lo frequentavano o lo frequentano, almeno in modo assiduo, sono stati e sono tutt’ora “emarginati” della società. Certo oggi come oggi, utilizzare la parola emarginati nella società dei consumi è controvertibile e non è una novità. Però visto anche il lavorio di dissociazione psico-motoria dal reale che si sta mostrando sempre più a tutti noi, con sempre più accanimento e risultato, da parte dello Stato, delle Multinazionali, dei mass-media, delle Mafie e di tutti quei poteri sommersi che si vogliono sempre più accaparrare il dominio del mondo e che è quasi incontrollabile ed intollerabile, ci è sembrato fondamentale poterle controbattere con le “vittime”, in tutti i sensi, di tutto questo. Abbiamo scelto loro, il pubblico dei nostri eventi. Perché poter sviscerare quelle tematiche che creano questa distanza, utilizzando proprio quelle persone, anche se non tutte, elimina noi stessi e loro da questa o quella emarginazione, quasi forzata.
In alcune delle nostre incursioni si recita e qui ne traggo qualche frase, facendone una unica: “Oggi bisogna avere il coraggio di tornare in strada con tutto il nostro essere e guardare le persone negli occhi. Studiare la società e metterla in scena. Non ci sono scorciatoie, non ci sono alternative. Perché oggi come domani, tutti siamo i carnefici e tutti ne diventeremo le vittime”. Ecco, forse è questo il senso chiave della nostra scelta. La scelta di prendere persone “comuni”, nel senso di abitanti della nostra comune terra, per fargli dire, senza troppi artefatti e con tutti gli imbarazzi di prestazione, l’urgenza di modificare quello che ci sta intorno, partendo da noi stessi.

Il vostro tratto distintivo sono le cosiddette “incursioni urbane” che ricordano un po’ il living-theatre degli anni ’70. Che valenza date a questo modo di fare teatro?

Per il LabAct è così, dopo quello detto, come potrebbe essere diversamente. Sì, in un certo senso ricordiamo il Living, ma anche se li abbiamo ospitati da noi a pistoia, non ci siamo mai ispirati troppo a loro e poi non siamo così mistici, anzi siamo molto terreni, non facciamo yoga, non facciamo biomeccanica, non viviamo in comunità, anche se per quest’ultima cosa, non sarebbe male farlo e sporadicamente sono partiti dei treni per dargli inizio. Vogliamo evitare l’isolamento e l’élite, vogliamo sporcarci del male che denunciamo, vogliamo essere il virus per liberarcene nella nostra impossibilità. In fondo, anche se mitologico e ammirevole nel suo operato, il Living non è più quello di una volta, quindi ripercorrerlo ci sembrerebbe di ri-percuoterlo goffamente e cinicamente. Certo, ci piace e molto probabilmente anche noi siamo influenzati da Antonin Artaud, ma come lo siamo da Growtosky, da Carmelo Bene, da Brecht, da Dv8 Phisical Theatre, da Pippo Del Bono, da Pina Baush, dai Magazzini Criminali, da Eugenio Barba e l’Odin Teatret, da Beckett, da Ionesco, dal Teatro dell’Oppresso, dall’Agit-Prop, dai gruppi Dadaisti, dal Teatro di Massa e dal Teatro da Quattro Soldi di Vito Pandolfi, dai Bread and Puppet, da Aldo Braibanti, dalle varie correnti autoriali del Teatro Politico e, anche se in ambito diverso ma non per questo per ultimi, da Pier Paolo Pasolini e Demetrio Stratos. Diciamo che ogni lavoro che facciamo, segue tecniche diverse e, abbreviando la spiegazione, è un po’ come se cambiassimo colore e pennello, ogni volta che cambiamo tema.
Probabilmente non facciamo novità, ma non ne abbiamo neanche le pretese, ci chiamano “i pazzi, i coraggiosi”, ma in questa finzione sono gli esterni, cioè coloro che guardano ed essere i pazzi ed i coraggiosi. Come quelli che ci hanno preceduto usiamo un linguaggio semplice, immediato, esplicito, provocatorio. Vogliamo agitare le acque ferme e stagnanti per trovare, in comune accordo con chi ci segue nei nostri spostamenti, la giusta risposta. Una visione, anche sfocata di un futuribile prossimo. E questo, senza troppi convenevoli. Solitamente dopo tre/quattro volte che facciamo una nuova incursione in strada, iniziamo ad interagire con le persone, le facciamo entrare all’interno delle nostre azioni, li rendiamo partecipi non solo come spettatori ma come attori, senza sicuramente avere la pretesa di quest’ultima parola. Funziona e non tutti ci permettono di farlo, però molti ci aiutano nella riuscita dello spettacolo, anche quando si girano dall’altro lato. Altre volte sono loro stessi ad interagire, anche senza che sia previsto, incuriositi nel senso positivo o negativo. Crediamo molto in questi progetti, perché pensiamo e sentiamo dalle reazioni, che oggi c’è molto bisogno. C’è bisogno che qualcuno agisca in questo modo, al di fuori della politica partitica e di movimento. Insomma ci sentiamo cittadini del mondo che cercano di parlare ad altri cittadini del mondo. Con i dovuti consensi e con i dovuti litigi.

Puoi fare una panoramica dei vostri lavori?

in-ginocchio-copiaLo spettacolo più recente è In ginocchio, storia di mafia raccontata da due personaggi interni a quel mondo. Lui sconta il 41 bis, è un killer di mafiosi perché ha deciso di farsi giustizia da solo. Dialoga con la sua rabbia deridendo le follie e le assurdità che portano molte persone a diventare mafiose, a sfruttare il proprio potere e la propria posizione di privilegio per ingannare il prossimo. Oramai stanco di quello che succedeva intorno a lui, nella sua terra, tra la sua gente, invece di migrare come in molti decide di fare piazza pulita intorno a se. Fa parte del popolo, probabilmente un mafioso inconsapevole.
Lei sconta il 416 bis ed è una delle tante mogli della mafia, parla della mafiosità, del sistema mafioso, della famiglia, dei codici d’onore. Interroga il mondo ma soprattutto se stessa sulla perdita di ogni senso e di umanità. Non è una pentita, anche se potrebbe sembrare. E’ un’illusa, una fragilità ingenua catturata dal concetto dei robinhood, dagli eroi, del sud malfamato ed ignorante dove si ruba ad i ricchi e si pensa alla salvazione dei poveri. Una donna semplice, in un certo senso ricca.
Entrambi chiusi in una cella, dialogano con un’ipotetico giudice. Un intreccio di due storie che vanno di pari passo sino a diventare un’unica storia. La storia di due dimenticati a cui è stato rubato tutto, anche la dignità.
Dove la vita ha insegnato loro cos’è la vendetta.

restiamo-umani-2-copia2Il lavoro precedente è stato Restiamo umani che abbiamo portato in giro in tutta italia con molto successo. Lo spettacolo si basa sui resoconti dalla Palestina di Vittorio Arrigoni e aiuta a riflettere sul problema Israeliano-Sionista. Infatti, nonostante le denunce di molti islamici, di molti ebrei e di molti cristiani la seconda super potenza mondiale continua a sterminare uno dei popoli più stanchi, poveri e distrutti della terra! Non è una questione religiosa, ma di umanità, coraggio, etica, di vera democrazia!
Restiamo Umani è uno spettacolo che non rappresenta il punto di vista di giornalisti o artisti, ma di vere e proprie vittime del conflitto.

Il maiale e l’aiuto chef è lo spettacolo dedicato all’alimentazione per un pubblico di bambini. Maestri e Maestre costretti/e a sedare continuamente le risate, gli schiamazzi e gli urli dei mocciosi che interagivano continuamente con la nostra nuova drammaturgia.

BastaSvatica è il lavoro di esordio con cui è iniziato tutto questo lavoro di Incursione Urbana. Come tutti i nostri progetti è un lavoro di denuncia e sensibilizzazione popolare. Parla dei nuovi fascismi, del nazismo e del razzismo. Nasce proprio dal diffondersi dilagante della violenza su immigrati ed omosessuali; nasce dalla crescete apertura delle sedi di Casa Pound e similari e dai comuni che si permettono di patrocinarne gli eventi-comizi e di dargli spazio all’interno delle strutture pubbliche; nasce dalle aberranti dichiarazioni dei membri della Lega Nord, dal pacchetto sicurezza e dai vari fatti accaduti in Europa e negli Stati Uniti; nasce dalla paura del diverso, dal muro di Padova, dai gruppi xenofobi del Sud Africa. Nasce rigenerandosi, per non morire di tanta stupidità. Avete mai sentito parlare di quel politico genovese, di cui ci rifiutiamo ricordare o ricordarci il suo nome, che per assodare i membri del suo partito chiede agli interessati di presentarsi con una divisa similare a quella delle SS? Avete mai visto Nazi America o i siti che esortano la supremazia ariana? Conoscete la storia? Ecco, appunto, quando la memoria, sia del tempo passato che del tempo presente, viene abbandonata, la storia si ripete inesorabilmente.

GuerrillaTrash per all’appunto è su i rifiuti, l’inquinamento e le nocività. Lo abbiamo realizzato in collaborazione con alcuni comitati contro gli inceneritori, in particolare con quello di Montale-Agliana e con quello di Parma. È stato il laboratorio più divertente, anche se l’incursione è molto semplice ma faticosissima, ed il training ed il lavoro fisico è stato quello più breve. Abbiamo passato un paio di mesi a costruire i costumi, naturalmente tutti fatti con i rifiuti, soprattutto con plastica. Tutti ne hanno portati, in fondo chi non ne ha e chi non ne produce? C’è un dragone di quattro metri, stile quelli cinesi, ci sono i costumi da uccello e gli scatoloni suonanti ispirati ai mamuthones sardi. È una sorta di parata molto colorata e rumorosa.
Quando andiamo in giro c’è un tamburo che scandisce il ritmo e se disponibile aggiungiamo un gruppo che possa suonare in versione itinerante. Invadiamo le strade, blocchiamo il traffico, diamo dei volantini, e decantiamo testi, nel senso ironico dei fatti, e nel senso più spietato. In fondo il pianeta è veramente a rischio, dagli anni venti ad oggi si sono formate due isole di plastica alte più di dieci metri e grandi il doppio degli stati uniti, che fluttuano tra le Americhe e l’Asia. Da poco ne hanno trovata un’altra, si può dire che sia un guinness tutto umano. E non sono bugie o invenzioni, è tutto vero. E non è l’unico nostro problema, inquinamento elettrico, lo sfruttamento dei terreni attraverso procedimenti chimico-industriali, fabbriche e speculazioni edilizie che non guardano in faccia a nessuno, nemmeno ai figli degli imprenditori. Sostanze tossiche seppellite, qua e là. Per non parlare del petrolio e altre schifezze che mettono nel cibo, volontariamente ed involontariamente. Insomma in questo caso, anche se colpiti per primi dall’era moderna, non si può dire che siamo per il consumismo ma per una decrescita felice, che può ancora avvenire.

Hurria è sul conflitto Israelo-Palestinese, ed è stato realizzato con la collaborazione del Comitato Palestinese di Pistoia. Questo progetto è nato dopo aver realizzato cinque letture sulla Palestina, dove abbiamo raccolto molto materiale. Ma soprattutto nasce da interviste e video su i profughi; dalle lettere degli ebrei, che esortavano i vari presidenti Israeliani di togliere i nomi dei propri parenti dal muro della memoria, perché indignati di quello che da oltre sessanta anni sta avvenendo in terra santa; dai servizi di Arrigoni; dai vari poeti e scrittori Arabo-Palestinesi; da articoli di giornali e siti internet; dai libretti realizzati dai vari comitati; dai 3.000.000 milioni di sfollati; da  1.600.000 persone rinchiuse in un territorio grande il triplo della città di Firenze; dai 700 km di muro issate come segno di potere, da un popolo che ha sofferto il Progrom Zarista e il Nazismo; dalle più di 25.000 vittime, quasi tutte innocenti; dalla conquista violenta del più del 90% dei territori; dalla sperimentazione di armi chimiche sulla popolazione; dalle testimonianze di chi ci è stato.
In questo nuovo lavoro, molto difficile, perché doloroso, abbiamo chiesto ai vari partecipanti di scrivere dei testi, di trovare degli abiti, di aiutare il senso della costruzione, grazie all’amore. È questo è avvenuto con un lungo percorso. Probabilmente è il lavoro più bello, sempre che la parola bello si possa usare per riassumerlo. Dove si vedono i maltrattamenti sempre più espliciti dei soldati sulla popolazione, l’umiliazione dei check point, l’esodo forzato, l’intifada, le morti inspiegabili.

Felicita è stato creato durante la tournè estiva del 2010. È completamente libera, folle, divertente e divertita. È immersa in un gioco tutto fatto di sentimenti, intuizioni e sguardi, con: mangia fuochi, giocolieri, mimi, poeti, veggenti, equilibristi, ballerini/e, personaggi strambi. Un atto ironico per fare cappello e due soldi, per allontanare energeticamente tutti i lavori precedenti che avevano accumulato in noi tensioni. Può durare anche sei ore, infatti è stato sempre realizzato in notti bianche e sagre varie, ma se ci invitano in discoteca, andiamo anche là.

Crack è su Carcere, Psichiatria e Droga. Tra noi ci sono una serie di ex che sono passati da questo stato delle cose e nonostante tutto ci siamo informati: dal sito di “informa carcere”, dove attraverso un programma interno di recupero sono raccolte testimonianze, poesie, racconti, richieste, scambi di messaggi; dagli scritti di Musumeci; dalle documentazioni che certificano le numerose morti nelle carceri Italiane, molto al di sopra di quelle Europee e Statunitensi; dai riassunti video degli spettacoli di Punzo e di molti altri che lavorano nella stessa direzione e nella stessa condizione; dagli studi di Freud, di Basaglia, di Tobino; dai molti video di anti-psichiatria; da quei documenti che denunciano gli immensi interessi economici dietro la produzione di medicinali; dai test di iper-attività che girano nelle scuole, persino in quelle elementari e che celano ben altri scopi; dal libro delle malattie mentali redatto pochi anni fa da psichiatri e case farmaceutiche che certificano più di 800 malattie mentali, contro le 130 degli inizi del ‘900; dalla chiusura di alcuni dei nuovi manicomi perché i pazienti trovati in condizioni di tortura e abbrutimento; dall’internamento coatto e dalle denunce scaturite sull’abuso di esso; dalle nuove droghe sintetiche e mortali e dell’uso sempre più smodato e frequente, anche in età molto giovani; da tutte quelle bevande a basso contenuto alcolico  indirizzate alle nuove generazioni, studiate a tal punto da creare i clienti inconsapevoli del domani; dalle testimonianze dirette di tutti quelli che vi hanno partecipato.
Il lavoro è stato molto lungo, ed in questo caso il materiale era molto e apparentemente distaccato uno dall’altro. Ma solo in apparenza, in realtà non è così. Per noi sono solo una forma di controllo e perversione sociale. Infatti in questo caso la denuncia della società Democratica si fa più spietata. Tutto ha un susseguirsi logico che attraversa i tre stadi di prigionia: quella indotta, quella naturale, quella voluta. Tutti rappresentano dei personaggi di diverse classi sociali, e più siamo e più ne mettiamo. Le cose che accomunano tutti sono il volto bianco e il compiere le stesse azioni e le stesse scene, con gli stessi ruoli, come possibili o ipotetiche vittime. Quindi tutti in carcere, tutti in manicomio, tutti drogati. Ognuno con piccole differenze, con la propria diversità. L’unico che si differenzia è il narratore che indossa la maschera di Berlusconi, è quasi sempre sulla sedia a rotelle, e dice parole che lui non direbbe mai, nemmeno in punto di morte, nemmeno in un atto di estremo pentimento.

A.P.N.E.A. è su Acqua, Petrolio, Nucleare, Energie Alternative. Realizzato in collaborazione con il Comitato Acqua Bene Comune, il Collettivo Studentesco di Pistoia e Casa Memoria Peppino Impastato di Cinisi. Abbiamo iniziato questo lavoro un paio di mesi prima degli ultimi referendum ed è stato un periodo particolare, perché mentre i responsabili del comitato ci chiedevano di fare un lavoro sull’acqua, il collettivo ci chiedeva di fare un laboratorio all’interno di una serie di conferenze che dovevano trattare i temi della protesta e della salvaguardia della vita, e Casa Memoria che per i quattro giorni di commemorazione della morte di Peppino, voleva che tirassimo fuori una performance ispirata ad un suo vecchio lavoro sul nucleare. I collegamenti sono stati semplici per non dire spontanei, chi più chi meno sapevamo tutti di cosa dovevamo parlare e come, senza raccogliere troppe informazioni, cosa che in fondo abbiamo fatto lo stesso. Si danza. Si urla. Si muore.


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