Zio Vanja, di Anton Cechov

DSCN2211[dropcap]L[/dropcap]a stagione 2013/2014 del teatro Manzoni è iniziata con uno spettacolo di alto livello portato in scena da un cast d’eccezione: Zio Vanja, di Anton Cechov, con Michele Placido e Sergio Rubini diretti da Marco Bellocchio. Autorevole regista di cinema, Bellocchio per il suo terzo lavoro a teatro (dopo un Timone d’Atene e un Macbeth) ha scelto la collaborazione di Giovanni Carluccio che ha approntato una scenografia d’impatto con giochi di luci d’effetto e suoni ricercati. Lo spettacolo, in prima assoluta nazionale, è stato accompagnato da un incontro, sabato pomeriggio, in cui attori e regista si sono sottoposti a domande e curiosità del pubblico.
Il dramma cecoviano, ambientato in una dimora signorile di campagna nella Russa pre-rivoluzionaria, è un intreccio di amori non corrisposti, passioni frustrate e bilanci di vita spesso “in rosso”. L’intensa narrazione, un abile mix di spunti ironici e drammatici, è portata avanti da personaggi quasi devoti al rimpianto (Vanja) e alla sopportazione (Sonia), dimostrando di essere in questo tipicamente russi. Ma il dramma risulta incredibilmente attuale, oltre che per gli aspetti esistenziali, anche per le riflessioni che, attraverso la voce di Astrof, vengono fatte su quella che oggi chiameremmo la “sensibilità ambientale”: l’amore per la natura, la preoccupazione dell’impatto del suo sfruttamento sulle future generazioni, il tentavito di fare qualcosa, ognuno nel suo piccolo, per arginare una deriva distruttiva.
La recitazione vede in Sergio Rubini/Vanja e Anna Della Rosa/Sonia i due pilastri che tengono alto il pathos e la tensione emotiva, soprattutto nel finale, come riconosciuto anche dagli applausi del pubblico. Forse gli unici ad essere entrati davvero nel personaggio. Un po’ deludente, invece, l’interpretazione di Michele Placido/Serebriakoff, perlomeno nella replica di domenica pomeriggio cui ho assistito. Da un attore del suo calibro non ci si aspetterebbero tante “inceppature”, ma una serata storta può capitare anche ai migliori. Accademica anche la recitazione di Pier Giorgio Bellocchio/Astrof cui va imputato oltretutto un tono spesso non sostenuto (evitare di mangiarsi il finale delle parole è una delle prime cose che insegnano alle scuole di recitazione…). Anche la bella Lidiya Liberman/Elena risulta abbastanza fredda, ma in questo caso potrebbe essere funzionale alla natura del personaggio (“bella e basta”), senza contare la difficoltà di recitare in una lingua straniera. Tenerissima e sincera, infine, l’interpretazione di Maria Dovetti/la balia, attrice da solo una decina di anni nonostante la non più verde età, come ha ricordato lei stessa nell’incontro con il pubblico, ma capace di infondere umanità al suo personaggio.

Nota polemica: la platea della domenica registra la presenza di CAPRE drogate di tecnologia, dipendenti dalla consultazione compulsiva dello smart-phone persino mentre si assiste a uno spettacolo, incapaci di staccarsi dal giocattolino radioattivo per più di un quarto d’ora, “sempreconnessi” incuranti del fastidio che dà il bagliore del display in sala. Non contenti, evitano persino di togliere la suoneria facendola risuonare più volte durante lo spettacolo. Una incredibile mancanza di rispetto verso gli attori e il pubblico che, fossi nell’amministrazione del teatro, sanzionerei con un “cartellino rosso” impedendo loro l’accesso in sala per una o più giornate. Davvero insopportabili.

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