OT – Riforma del lavoro, chi l’ha voluta e perché

[box border=”full”]Inauguro con questo articolo la rubrica Off-Topic, editoriali fuori tema rispetto alla linea principale del blog. Un articolo cui tengo molto ma che è stato ignorato dalla rivista Lo Snodo (che pur mi aveva chiesto una collaborazione). Rivista di cui negli anni scorsi sono stato anche redattore, ma che nel suo nuovo corso evidentemente non prevede di trattare certi temi.[/box]

Job-ActLa riforma del lavoro (odiosamente chiamata Jobs Act in ossequio all’imperante colonizzazione linguistico-culturale a stelle e strisce), è legge. Non c’era bisogno dei decreti attuativi per capire che si trattava di una normativa profondamente antisindacale, reazionaria, prona alle logiche ultraliberiste che guardano solo agli interessi del mercato. Una legge, insomma, marcatamente “di destra” attuata però da un governo di “centrosinistra”, a riprova, se ce ne fosse bisogno, che l’agenda politico-economica è portata avanti ormai da anni (Dieci? Venti?) in modo bipartisan da un Partito Unico che con le vecchie collocazioni politiche ha ormai poco da spartire. Come chiosa in modo caustico il filosofo Diego Fusaro «Le destre non avrebbero mai potuto attuarlo, perché sarebbe stato evidente subito a tutti di cosa si trattava, ossia di una vittoria tennistica del capitale sul lavoro, dei dominanti sui dominati, del potere sui subalterni. Si è, così, deciso di farlo attuare alle sinistre, che ancora godevano dell’appoggio dei gonzi che non si sono accorti che Gramsci sta al PD e a SEL come Cristo sta allo IOR».

I vantaggi in termini di aumento dell’occupazione millantati dal governo saranno risibili (come se il mercato del lavoro non fosse già stato cannibalizzato da decenni di leggi precarizzanti) e i dati sbandierati dai tg sono in maggior parte dovuti alla trasformazione dei vecchi contratti nei nuovi, più convenienti per chi assume (vedi il caso dei 900 licenziamenti di Media World). In compenso, avremo una società sempre più frammentata, composta da individui che non avranno la possibilità di costruirsi un futuro, una famiglia, contando su una base reddituale solida e sicura. Tutti saranno ancora più ricattabili e costretti ad accettare paghe più basse e lavori più umilianti, “altrimenti la porta è quella”. Come dimostra Roberto Riverso, giudice del lavoro al Tribunale di Ravenna, si potrà licenziare anche per motivi futili e del tutto arbitrari. L’azienda se la caverà con due spiccioli di rimborso e avanti il prossimo schiavo.

Il punto è proprio questo: la motivazione vera e profonda di riforme come questa (preceduta dalla Fornero, dalla Biagi, e giù giù fino alla Treu) non è di natura economica, bensì sociale. L’obiettivo non è ridare slancio all’economia, alla ripresa, allo sviluppo (la cantilena che sentiamo da anni in tv) ma ristrutturare la società in modo che le masse lavoratrici siano sempre più manovrabili, divise, impoverite e silenti. Far scomparire le tutele sindacali conquistate negli anni ’70 per tornare ad una situazione di sfruttamento in cui i pochi che detengono i capitali possano fare il buono e il cattivo tempo, senza tanti impicci con diritti, scioperi e rivendicazioni varie.

Sorvolando sulle responsabilità che in questo processo hanno avuto i sindacati, è importante allargare la prospettiva e capire da dove viene l’input che ci ha portato a questo nuovo “medioevo” del mondo del lavoro. Chi sono i mandanti di queste riforme? Decine di economisti in tutto il mondo (tra cui il nostro Alberto Bagnai) hanno ormai dimostrato che il mercato unico prima e l’euro poi sono stati progettati per attuare su scala continentale politiche dei redditi e industriali di tipo neoliberista (sentite cosa dice Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro, sul piano per deindustrializzare l’Italia), nonché per colpire gli assetti costituzionali sorti dalla resistenza. Un “manganello monetario”, insomma, con cui cancellare le conquiste sociali, politiche ed economiche ottenute fino agli anni ’80. Non potendo svalutare la moneta a cambio fisso, si svalutano i salari per restare competitivi: elementare Watson. E tutto ciò lo si sapeva fin dall’inizio. Napolitano, responsabile economico del PCI, lo denunciò già nel 1978… anche se poi ha cambiato idea.

D’altronde, se si pensa che il Jobs Act sia farina del sacco di Renzi si pecca di ingenuità. A meno che le dichiarazioni di Draghi di aprile e di agosto 2014 con cui si chiedeva con forza una riforma del lavoro fossero solo disinteressati desiderata di un comune cittadino italiano in vacanza a Francoforte. E alla CGIL che il Primo Maggio 2014 chiedeva “più Europa, più lavoro” adesso possiamo dire: ecco, vi hanno accontentato, questo è il lavoro che piace all’Europa.

 

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