Marcovaldo, di Pedullà

Schermata[dropcap]L[/dropcap]o ammetto: mi risulta difficile essere imparziale su un testo come Marcovaldo che ho incontrato per la prima volta in quarta elementare e di cui la mia maestra Claudia mi fece innamorare. Fu il primo approccio con un autore che mi sarei ritrovato anche nel tema della maturità (unico in classe a sceglierlo, perché ovviamente nel programma non c’era stato tempo di farlo!) e che non smetto di amare. Ma cercherò comunque di spiegare perché lo spettacolo messo in scena da Gianfranco Pedullà, ieri sera al teatro Francini di Casalguidi, è davvero un buono spettacolo. Intanto gli attori: Marco Natalucci è un Marcovaldo perfetto, nella recitazione precisa, nella mimica goffa, caricaturale, quasi da cartone animato e nella poesia che fa trasparire. Gianna Deidda e Roberto Caccavo gli fanno da degne spalle, soprattutto lei, che ne ricalca le mosse e le smorfie da fumetto umano. La tecnica drammaturgica usata, un misto tra teatro d’immagine (con un grande telo su cui proiettare ombre e immagini in movimento), prosa e narrazione è poi molto adatta per rendere la piece fruibile anche ad un pubblico di giovanissimi. A tratti mi ha ricordato persino la recitazione in playback di quel trio geniale che sono stati i pisani Specchio. Un modo giocoso per avvicinare i bambini al teatro dei grandi e a un capolavoro della letteratura italiana. Rispetto a questo, lo spettacolo riesce a far emergere tutto il suo messaggio di denuncia di una società dei consumi sempre più disumana e mercificata, prigioniera del cemento e dell’asfalto, in cui gli animali sono cavie da laboratorio e i cibi velenosi funghi o freddi pentolini per pranzi operai. Quando Calvino ne scriveva, cinquant’anni fa, eravamo agli albori della moderna società consumistica, eppure già erano presenti tutti i sintomi della deriva cui saremmo giunti. E Marcovaldo, col suo animo poetico e “contadino dentro”, riusciva già a scorgerne i nascenti bubboni e a combatterli nel suo modo buffo e pasticcione. Si ride, vedendo questo Marcovaldo, e si riflette. Portateci a frotte le scolaresche se passa dalle vostre parti.

 

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