Lorenzo Del Pero e la rara felicità

Fra i musicisti sulla del pero melos 2-2-2013 epiazza pistoiese, uno dei maggiori talenti è sicuramente Lorenzo Del Pero. Chitarrista, cantante e compositore dalle capacità tecniche sopra la media, dotato di una voce potente e cristallina che in pochi possono vantare, da anni si esibisce sui palchi di Pistoia e provincia. Agli inizi del 2013 ha dato finalmente alle stampe il suo primo album omonimo, dieci pezzi a cavallo fra rock e tradizione cantautoriale con forti echi di De André, Tenco, Dylan, Young e persino un certo Celentano meno conosciuto. Un artista con la capacità ormai rara di trasmettere brividi ed emozioni vere dal palco.

Intervistato per La MELA, Lorenzo Del Pero ci parla di sé, del travagliato percorso del suo disco e dei progetti futuri. In fondo all’intervista trovate alcuni pezzi tratti da Lorenzo Del Pero, il cui ascolto vale più di mille parole.

Come definiresti questo tuo lavoro d’esordio?

L’album omonimo uscito l’anno scorso per la Forears è il mio primo disco ufficiale anche se negli anni passati avevo già fatto diverse registrazioni più o meno amatoriali “spacciate” nel giro degli amici e dei conoscenti. Lo definirei un rock autoriale a metà tra la musica degli anni ’70 (Led Zeppelin, Hendrix, Dylan) e la tradizione cantautoriale italiana.

A distanza di qualche mese, come ha reagito il pubblico e la critica?

Il pubblico ha reagito molto bene anche se non è stato quello mi sarei aspettato e che mi avevano promesso. La casa discografica infatti è fallita, è saltato il tour promozionale e senza l’ufficio stampa molte recensioni non sono uscite. Si è inceppato tutto il meccanismo che certo non mi ha aiutato nella diffusione del disco che rimane comunque reperibile. Senza pubblicità e promozione mirata però non è facile. In più, il disco appartiene ad un genere mainstream che avrebbe avuto bisogno di una major che lo difendesse e proponesse adeguatamente agli addetti ai lavori. Un’etichetta indipendente di medie dimensioni non poteva farlo. Nell’ambiente delle produzioni indipendenti ti fai notare se dai fastidio e fai più rumore possibile, non proprio l’ideale per un disco cantautoriale come il mio.

Ci sono possibilità che il progetto venga ripreso da altre etichette?

Ci stiamo lavorando ma non è facile trovare un produttore che accetti di lavorare su un disco già trattato da altri e portarlo nuovamente in sala di registrazione.

Alcuni paragonano il tuo timbro vocale a quello di Robert Plant, Jeff Buckley e Chris Cornell. Questi accostamenti ti spaventano o ti stimolano?

Mi fanno sicuramente molto piacere anche perché sono tutti artisti presenti nel mio background e che amo molto.

Chi sono e come hai scelto i musicisti che suonano con te? cover

In realtà mi hanno scelto loro, proponendomi di suonare insieme, prima della realizzazione in studio del disco. Al basso Carlo Romagnoli, alla batteria Davide Malito Lenti, entrambi bravissimi musicisti, da tre anni suoniamo insieme con reciproca soddisfazione e ottimo feeling. Forse mi manca un po’ l’esclusività del rapporto con i miei musicisti, perché io sono nato col concetto della band, ma capisco benissimo che loro sono dei professionisti e devono lavorare tenendo in piedi numerosi progetti collaterali.

I pezzi del disco erano originariamente nati in inglese e per questo ti eri avvalso della collaborazione della poetessa di Liverpool Sarah Humphreys. Poi è stata fatta la scelta di usare l’italiano e da qui è nata la collaborazione con un’altra poetessa, la pistoiese Francesca Matteoni. Come mai queste scelte?

La scelta di due poetesse che mi aiutassero nella stesura dei testi non è stata casuale perché cercavo qualcuno che avesse familiarità con il ritmo della parola, la metrica e la musicalità. Con Sarah ormai c’è una collaborazione decennale mentre Francesca l’ho contattata in occasione di questo disco per aiutarmi a rivisitare, più che tradurre, i testi esistenti. Abbiamo cercato di mantenerci aderenti all’originale anche se a volte abbiamo dovuto discostarci preservando però lo spirito e il significato complessivo dei pezzi.

Di cosa parlano le tue canzoni? Quali tematiche prediligi?

I grandi temi di sempre, quelli che interessano la vita di ognuno: amore, morte, disperazione. Raramente parlo di felicità. Forse perché, come diceva quel tale, quando sono contento esco.

Il viaggio è un elemento molto importante nella tua vita. La ricerca dell’altro, del diverso, del lontano quanto influenza la tua musica?

Ho un modo zingaro di vivere, sia la vita che la musica. Una dimensione da nomade che inevitabilmente trae spunto anche dai viaggi fatti. È il caso di un pezzo scritto dopo il viaggio negli Stati Uniti o le riflessioni sulla miseria umana scaturite dopo il viaggio in camper nei luoghi della Shoah. Ho poi viaggiato grazie alla musica, come quando sono stato a Berlino e a Londra per dei provini con la Universal.

Progetti futuri?

Sono già rientrato in studio con nuovi pezzi, tutti scritti da me in italiano. Per ora c’è solo un demo di cui sono molto soddisfatto. L’ho dato a Carlo e Davide perché lo studino. Se tutto va bene nel giro di tre-quattro mesi potremmo avere già il nuovo disco pronto. Rispetto la lavoro precedente è più autoriale e acustico. Scrivendo in italiano ho scoperto che mi viene più naturale questo tipo di composizione.

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