Lo stato delle arti

paesaggio[dropcap]P[/dropcap]alomar è un‘associazione da poco operante su Pistoia e provincia ma che ha già messo in campo iniziative, dibattiti e momenti di confronto tra realtà culturali, politiche e sociali del territorio. Ultimamente sta portando avanti l’ambizioso progetto “Lo stato delle arti” volto a fare una sorta di mappa o censimento degli artisti operanti in provincia. Ne abbiamo parlato con Francesca Matteoni, poetessa e attivista di Palomar.


Puoi fare brevemente la storia dell’associazione politico-culturale Palomar e quali iniziative avete già messo in campo?

L’associazione Palomar è nata nel luglio 2010, con un seminario inaugurale presso Villa Stonorov come strumento di osservazione dei fenomeni, dei cambiamenti e delle necessità che connotano il rapporto tra gli individui e il territorio cittadino in cui si muovono. Palomar persegue la realizzazione di una città dei desideri, una città possibile, il cui punto di forza sia l’interagire democratico delle differenze come degli obiettivi. A partire da Pistoia, nodo focale dell’esperienza diretta, Palomar cerca di affacciarsi sulla contemporaneità dell’intero paese Italia. Dalla nascita sono stati realizzati vari incontri, in luoghi diversi del centro cittadino, mettendo a dialogo scrittori, studiosi, esperti, su alcune delle questioni che ci sembrano attualmente più urgenti, quali il precariato cognitivo, i diritti civili, migranti e “clandestinità”, rom e sinti, il lavoro e nello specifico la situazione di Ansaldo Breda, la ridefinizione sempre più fluida delle identità territoriali.  Ancora a Villa Stonorov questo luglio e poi a novembre si sono tenute giornate seminariali di approfondimento e discussione sia sugli argomenti già trattati che su altri ancora da affrontare, seguendo un’idea di laboratorio permanente sulla città, che esca da dinamiche autoreferenziali per cercare di far propria la consapevolezza delle cose necessarie (e anche belle), da tutelare e far emergere in una comunità.

Com’è nata l’idea del censimento artistico “Lo stato delle arti” e da chi è portato avanti?

Molto semplicemente da un’esigenza di comprensione e, ancora, di descrizione identitaria: mappare a grandi linee le realtà artistiche dei nati dopo il 1960 e le loro relazioni con questo territorio. Se l’arte è il terreno dell’innovazione da cui con una dose fondamentale di ingenuità e di rischio gettare lo sguardo oltre, percependo lo scarto che c’è fra la cronaca ed il pulsare del tempo presente, sarà utile ripartire da qui per riappassionarci al quotidiano, ricrearsi materia attiva e non solo ricettiva di questa’“acqua sociale” in cui siamo immersi, rubando le parole ad un grande poeta marchigiano, Luigi Di Ruscio. Il censimento ha dunque il doppio obbiettivo di indagare l’operatività ed il vivere quotidiano degli artisti in provincia, e le opportunità e le difficoltà che un simile territorio presenta. Attualmente ci stiamo lavorando in quattro: oltre me, Stefano Bartolini, Lucia Mazzoncini, Federica Rugnone – la traccia delle interviste (che si svolgono oralmente), parte dalla storia personale del singolo e si sviluppa attraverso il suo percorso formativo e lavorativo, il suo rapporto con le istituzioni i media sia a livello locale che nazionale, le sue eventuali interazioni con altre discipline artistiche e non, le prospettive e i progetti per il futuro.

A che punto sono le interviste e quante prevedete di farne a fine progetto?

Abbiamo una ventina di interviste. Prevedevamo di averne circa 60 alla fine. Speriamo che il campione, anche se non esaustivo, sia il più possibile rappresentativo della situazione pistoiese.

Quali sono le problematiche principali che, finora, sono state rilevate dagli artisti intervistati?

Essendo il mondo delle arti piuttosto vario (si va dalle arti visive alla scrittura al teatro alla musica), e distribuito su tutta l’area provinciale, un dato secondo me rilevante è l’eterogeneità dell’esperienza e delle necessità: non tutti si sono formati nel pistoiese, ad esempio; alcuni racconti si concentrano su eventi e luoghi importanti di condivisione e di crescita artistica, totalmente ignorati da altri. Questo è certo piuttosto normale e nessuno credo si aspetti una comunità di artisti che operano all’unisono (…), tuttavia è auspicabile che, oltre a tener conto di questa inarginabile frammentarietà,  alcuni steccati tra le arti stesse o tra le arti ed il resto del mondo cittadino, vengano abbattuti, che l’aria insomma circoli liberamente e che sia sana. Tra le problematiche ve ne sono alcune esplicite come l’assenza di spazi adeguati e pubblici dove sviluppare il pensiero o dove esporre e incontrarsi senza avere l’impressione di abitare la versione edulcorata di un ghetto o un’ennesima situazione provvisoria. Non sono, questo emerge, gli spazi in sé a mancare, piuttosto una corretta gestione delle risorse già presenti, dove per corretta si intende consapevole e sensata. Un altro punto critico che si sta delineando è una percezione vaga di quello che è o dovrebbe essere lo scambio tra dimensione artistica e dimensione sociale contingente – se l’artista singolo porta comunque avanti il suo lavoro, sembra che nella formazione di un’identità cittadina abbia assai poco peso: scarseggiano, fino ad ora, resoconti di collaborazioni con il mondo della scuola, ad esempio, e se ci sono dipendono da conoscenze e rapporti personali, più che da una comunicazione efficace tra educazione e mondo delle arti. Poi le storie, naturalmente. Storie individuali, prospettive sulla città dove si è cresciuti o dove ci si è trovati a vivere, con, in alcuni casi, resoconti di luoghi, momenti e iniziative condivise quali la vicenda del Centro di Quartiere delle Casermette alla fine degli anni Novanta; o le giornate organizzate di Fucine Tillanza, che hanno aggregato diversi di coloro che figurano tra gli attuali e i futuri intervistati, al principio del loro percorso. In generale Pistoia appare una città buona per viverci, con alcune interviste che si concentrano più fortemente sulla specificità di certi quartieri, ed anche come fucina di idee, ma non sempre accogliente per le arti contemporanee e per il loro riconoscimento. Questo specialmente se si pensa, più che all’esibizione di un prodotto finito, all’aspetto laboratoriale, a mio avviso la questione centrale di un qualsiasi discorso su arti e cultura.

Alla fine del progetto, che sbocco pensate di dare a questa mole di dati? Un libro, un podcast da scaricare in rete, un convegno?

Le interviste verranno messe in rete, accessibili a tutti. Ci saranno poi alcuni incontri, probabilmente tre distribuiti tra la fine del 2011 e il 2012, in cui discutere insieme agli artisti e al pubblico interessato i vari risultati.

E, infine, quale risultato “politico” vorreste ottenere con questa indagine?

D’impulso rispondo un nuovo senso di reciproca responsabilità, tra territorio vivo e arti/artisti. Sentirsi responsabile significa prima di tutto, credo, prendere coscienza di dove ci troviamo, quanto di noi si rispecchia, non sempre in modo gradevole, nella società di cui facciamo parte, ma anche quanto è possibile rendere libero e forte ciò che è intorno come al nostro interno. Un artista che ignori di abitare, con il suo lavoro, dati tempo e spazio, difficilmente riuscirà a toccare l’altro con la sua opera, a non ripiegarsi su se stesso, in un’arte senza fatica; così una società che non si apre alla lingua delle arti perfino nella loro ostilità e/o presunta incomprensibilità, è destinata all’appiattimento, alla perdita di dubbi e curiosità che ci stimolano ad essere migliori, a non fermarsi. Diceva Wittgenstein: “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. L’essere umano non ha altro che la sua capacità di trasformare tutto in una lingua che tenga conto anche di chi, o soprattutto di chi, non ha difesa, ed i suoi limiti, grazie ai quali è solo, fortunatamente, una parte dell’esistente, sebbene una parte pensante. Da sempre è nel mondo delle arti, che si rinnova il linguaggio, che esso interpreta le varie realtà, che permette di ribellarsi perfino, di sovvertire ciò che ci appare vecchio, inadeguato, costrittivo: direi che sarebbe bene prenderne atto.


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