Il signor Inane

[box type=”info” border=”full”]SCHEDA TECNICA – Titolo: Il signor Inane; Autore: Lia Tosi; Editore: Mauro Pagliai; Pagine: 212; Prezzo: € 12[/box]

cop.aspx[dropcap]D[/dropcap]iciamolo subito: il libro di Lia Tosi, finalista al premio Viareggio (che per un piccolo editore è caso più unico che raro) non è un libro facile, non è per tutti. Richiede uno sforzo di decodifica superiore alla media, ma ripaga con un “succo” più pastoso e saporito di tanti altri libercoli da primi posti in classifica. Da cosa deriva questa difficoltà di lettura? In primo luogo dalla lingua con cui è scritto, da uno stile sicuramente originale e oggi poco frequentato. Nell’Italia degli analfabeti di ritorno in cui la maggioranza della popolazione non saprebbe comprendere (se lo leggesse) l’articolo di fondo di un quotidiano, Il signor Inane è condannato a non diventare mai un best-seller.
In questa lingua così ricercata, fortemente “voluta”, in cui si riscontra una ricerca, uno sforzo, una fatica compositoria da artigiano della scrittura d’altri tempi, c’è una grande forza visionaria ed evocativa.
Fin dalle prime pagine ci imbattiamo in un lessico alto (un registro aulico-drammatico, come ci insegnavano a scuola) dalla forte carica mistica, persino escatologica, che non nasconde le influenze dantesche, in un contesto che però non ha niente di clericale e ossequioso nei confronti di qualsivoglia gerarchia. Tutto ciò va a braccetto con localismi lessicali e registri goliardici degni della miglior tradizione realistico-giocosa. Ecco che allora troviamo “sghimbescio”, “brigidinaio”, “carabattole”, “biroldi”, “ribollita” che un non toscano potrebbe avere qualche difficoltà a capire ma che colorano notevolmente la pagina. Nemmeno la sintassi è ortodossa, spesso l’autrice si diverte a smontarla, a invertirla avvicinandola talora a forme colloquiali.
Di contrappunto, alcune scelte stilistico-ortografiche lasciano un po’ perplessi: la minuscola dopo il punto interrogativo (ma non sempre); i due o tre punti esclamativi consecutivi (uno basta e avanza); i dialoghi “inglobati” nel corpo narrativo senza virgolette (scelta legittima ma che non aiuta di certo la lettura e la comprensione di chi sta dicendo cosa); un “noi” narrante impersonale che si ritrova solo nei primi capitoli per poi lasciare il posto ad una canonica terza persona.

Ma di cosa parla il libro? Anche su questo fronte la lettura non è semplice. La trama c’è, magari nascosta, disseminata in mille rivoli, ma la si può rintracciare nelle vicende dei molti personaggi che popolano le strade di Pé-Pistoia. Perché di romanzo corale si tratta, il cui unico obbiettivo è quello di dare un affresco parziale, uno spaccato nelle vite di persone tanto diverse quanto accomunate dal vivere sotto lo stesso cielo cittadino. Non si può dire certo che ci sia un protagonista assoluto, ma i due che più di altri spiccano sono senz’altro la visionaria e stralunata professoressa Maria Rossi e l’ascetico cortolibraio filosofo Didaco Puccini. La prima è vittima involontaria di una angelicazione fisica che di stilnovistico ha ben poco, da cui ricava nevrosi e visioni che la fanno apparire agli occhi dei colleghi “normali” come una mezza pazza. Didaco è invece perso in un ménage familiare alquanto originale con un finto matrimonio-separazione con una bella russa con cui convive, insieme al fratello Nikita, nell’antica casa del centro storico. L’amore della vita di Didaco è però Fiammetta che ricompare dopo decenni di assenza a turbare la pacificata esistenza di lui. Attorno a loro si muovono la vedova Moscardi, persa nell’inseguimento di misteriosi visitatori notturni delle sue proprietà; il giovane frate neo-francescano Giulio Marini, intento a riportare i suoi diabolici coetanei sulla retta via; coetanei che, devoti al dio del qualunquismo, dell’egoismo e dell’edonismo si sono organizzati nelle grottesche “Brigate ficazze”, parodia e degenerazione trash dei gruppi terroristici degli anni ’70; e poi preti trafficoni, banchieri d’assalto, borghesi opportunisti.

Un affresco affollato, dunque, in cui si può provare un senso di smarrimento, così come accade nei primi capitoli dei “Malavoglia”, storditi da tanti nomi e vicende che, solo col prosieguo del libro, si chiariscono e si intrecciano coerentemente.
Quello che rimane, alla fine, è la sensazione di essere usciti da un bagno caldo e denso con una scrittura che cola dalle pagine, impastata da una scrittrice che sa maneggiare la “materia” delle parole con cura e devozione.

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