Il Re Lear di Pedullà

RE LEAR 3  (foto Alessandro Botticelli)[dropcap]N[/dropcap]on so se volutamente o per caso, al Manzoni sono passati in sequenza due classici della drammaturgia come Don Giovanni e Re Lear. Tanto originale, eccessiva e irriverente è stata la versione del Don Giovanni di Timi, tanto è stato tradizionalista e ordinario questo Re Lear di Gianfranco Pedullà, portato in scena dalla compagnia “Teatro Popolare d’Arte”. Personalmente, apprezzo sempre la fedeltà al testo e alla sequenza narrativa, e su questo aspetto va dato atto al regista di aver fatto un ottimo lavoro. Tuttavia, l’impianto generale del dramma è risultato un po’ troppo statico, a tratti quasi ingessato. La scenografia, costituita da alti e ampi vessilli, simboli di un potere che muta e alla fine crolla su se stesso, rimane la stessa dall’inizio alla fine. Agli attori, benché la recitazione sia stata attenta e partecipata, è mancato quel guizzo che facesse breccia nel cuore del pubblico. Forse solo il fool, Marco Natalucci, ha scaldato un po’ i cuori, aiutato anche da un ruolo che, fra il cinismo degli altri personaggi, è l’unico che appare sincero e dissacratore. Il protagonista, un Lear in versione femminile interpretato da Giusi Merli, è risultato mancante proprio di quella “cattiveria” tipica di un patriarcato regale che vede le proprie figlie come oggetti di passiva adulazione e che scoppia di ira e follia non appena questa viene attenuata. Non che la Merli ci abbia messo poca passione o sia stata scialba nell’interpretazione, ma ho avuto l’impressione che quel ruolo stonasse nei panni di una donna. Così come il duca Cornovaglia impersonato da Enrica Pecchioli. E’ giusto però riportare anche la motivazione del regista per questa scelta, vista come adeguata sottolineatura della fragilità del Lear pazzo e decaduto della seconda parte del dramma. Insomma, una rilettura del capolavoro shakespeariano all’insegna dell’aderenza al testo che cerca come nota originale un ribaltamento di genere fra personaggi e attori mi ha un po’ stonato. Forse non avrebbe fatto questo effetto allo spettatore del teatro elisabettiano abituato a questo tipo di ribaltamento (anche se a generi invertiti), ma tant’è. Tuttavia, questa non vuole essere una stroncatura perchè comunque, alla fine, lo spettacolo ha preso i suoi applausi dato che è riuscito a veicolare tutta la forza del dramma che, dal 1605, mette il dito nella piaga dei rapporti fra padri e figli, del potere che cerca di cambiarRE LEAR teatro popolare d'arte (foto Alessandro Botticelli)e e che si consuma nelle sue lotte intestine, nei tormenti del “passaggio delle generazioni”. Ma proprio in virtù di quella forza intrinseca nell’opera, si poteva fare di più. Ottime invece le luci (Marco Falai), le musiche (Jonathan Faralli), i costumi (Alexandra Jane) e la scelta della corona “metà da re e metà da buffone”.
Ultima piccola nota critica, a difesa dei diritti degli spettatori di galleria. Le frequenti scene con attori che infrangono la quarta parete per scendere in platea a recitare, se da una parte possono rendere più coinvolgente lo spettacolo appunto per la platea e i palchetti, per la galleria è un vero e proprio black-out visivo che costringe al solo ascolto delle battute. Passi se capita una volta, ma quando è ripetuto varie volte diventa abbastanza irritante.

Altri interpreti:
Gianfranco Quero (Glouster)
Roberto Caccavo (Kent)
Lorella Serni (Goneril)
Silvia Frasson (Regana)
Claudia Pinzauti (Cordelia/Oswald)
Francesco Rotelli (Edgar)
Simone Faloppa (Edmund)

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