Due donne che ballano

DUE DONNE CHE BALLANO_Arianna Scommegna, Maria Paiato-DSC9738-phMarinaAlessiDopo aver visto questo spettacolo (in scena al Manzoni di Pistoia questo weekend), mi è tornato in mente il titolo di un racconto di Cesare Pavese: Tra donne sole. Perché il dramma di Benet i Jornet è prima di tutto la tragedia di due solitudini femminili, due esistenze che, in modi diversi, sono state schiaffeggiate dalla vita e sono arrivate al loro capolinea, non importa se anagraficamente diverso. Due donne come tante, a cui l’autore non dà nemmeno un nome, forse per sottolineare proprio la loro “qualunquetudine”. Due donne caratterizzate dal loro carattere scontroso, irascibile, alacremente sagace e che, all’inizio, si sputano addosso tutta la reciproca antipatia ma che, col tempo, impareranno a conoscersi e apprezzarsi, anche molto profondamente. Maria Paiato e Arianna Scommegna (guidate da Veronica Cruciani alla regia) interpretano questi personaggi in modo asciutto, teso, partecipe, tenendo ritmi di scena serrati e senza sbavature.

La trama è essenziale: un’anziana signora si ritrova in casa per poche ore alla settimana una colf di cui, fin da subito, vuol conoscere i retroscena della vita. Alla naturale chiusura di questa, l’anziana risponde con scenate e piccole aperture sulla sua vita. A cominciare dalla sua passione verso i “giornalini”, fumetti di serie B di cui è accanita collezionista. I cinque atti di cui è composto Due donne che ballano seguono un climax: dalle iniziali battute quasi da commedia, diventano sempre più drammatici fino all’epilogo finale, inaspettato e straniante. Nel mezzo, due vite che si pungolano l’una alla scoperta dell’altra, in modo sofferto ma fortemente voluto da entrambe, come per un disperato bisogno di raccontarsi (e farsi ascoltare) da qualcuno. Fin da subito, la situazione si configura come una sorta di reciproca seduta psicanalitica in cui le due donne tirano fuori tutto il dolore e le frustrazioni del loro vissuto per cercare una catarsi dolorosa ma forse inevitabile. Nessuna delle due, infatti, ha più la forza per fare da scialuppa di salvataggio all’altra. La prosa è diretta, il linguaggio colorito, l’arzilla vecchietta parla come un’adolescente ribelle e la quarantenne col suo macigno di passato sulle spalle sembra quasi la più “matura” delle due. Ma i suoi ripetuti “io me ne frego” tradiscono un’incapacità di affrontare la vita e gli abissi che le si sono aperti davanti.

In una scenografia essenziale, severa ma al tempo stesso delicata, come sottolineano i ricami di chitarra acustica tra un atto e l’altro, le due attrici riescono a tenere l’atmosfera sempre in bilico tra tragedia e commedia, anche nei momenti più angoscianti della pièce. Un lavoro teatrale che alcuni ritengono più vicino alla sensibilità di un pubblico femminile, ma che per le tematiche affrontate non può lasciare indifferente il pubblico maschile, che pur non viene trattato bene dalle battute delle due donne. Non a caso l’autore è un uomo, un uomo che ha avuto la capacità di “vedere” il mondo con un occhio femminile.

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